EFFETTO CRISI: POVERI HANNO CUORE PIU’ MALATO

La sopravvivenza attesa a lungo termine dopo un infarto del miocardio è aumentata grazie trattamenti migliori. Non è chiaro se la valutazione del rischio  per le malattie cardiovascolari in soggetti sani sia applicabile anche al numero crescente di soggetti con malattie cardiache. Valgono le stesse regole? Sono stati identificati quindi nuovi fattori di rischio per meglio identificare i pazienti che potrebbero beneficiare di una prevenzione secondaria, tra questi l’associazione tra status socioeconomico e disturbi cardiovascolari aterosclerotici.

I ricercatori del Karolinska Institute hanno investigato la forza di questa relazione analizzando un totale di quasi 30,000 uomini e donne tra i 40 e i 76 anni identificati nei registri nazionali svedesi del SEPHIA (Secondary  Prevention After Heart Intensive Care Admission)  e sottoposti ad una nuova visita tra gli  11 e i 15 mesi dopo il loro primo infarto del miocardio. I dati clinici sono stati incrociati con dati relativi al reddito dell’anno precedente all’infarto, lo status familiare, il livello di educazione e la condizione cardiovascolare definita dalle linee guida ACC/ AHA del 2013.

Durante il periodo di controllo di 4,1 anni, l’8% dei pazienti era andato incontro ad un secondo evento cardiaco (N= 2405) ed è stata evidenziata una associazione indipendente tra il livello economico e gli accidenti cardiovascolari. Allo stesso modo si è visto come i divorziati correvano un rischio maggiore di un nuovo evento acuto. Avere un reddito basso ed essere divorziati quindi sono indicatori di rischio in una popolazione con una malattia coronarica stabile successiva ad infarto.

I redditi disponibili sono stati divisi in cinque diversi livelli: Da Q1 che indicava lo status economico più basso a Q5 che indicava i redditi maggiori. Il rateo di incidenza di eventi cardiovascolari secondari su 1000 persone l’anno era più alto è pari a 25.9 proprio nella fascia più povera e decresceva progressivamente verso i gruppi e a più alto reddito per arrivare a 14.3 per 1000 nei soggetti economicamente più avvantaggiati.

Sono un milione e 470mila le famiglie residenti in Italia che vivono in condizioni di povertà assoluta, si tratta di 4 milioni e 102mila persone pari al 6,8% dell’intera popolazione del Paese (Fonte: “Rapporto sulla povertà in Italia”, Istat  2016). La povertà assoluta è sostanzialmente stabile anche sul territorio, si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno.

“La crisi economica degli ultimi anni ha di fatto aumentato questa fascia della popolazione lasciandosi alle spalle una schiera di disoccupati, famiglie in difficoltà ed anziani con pensioni che non consentono di provvedere adeguatamente alle proprie cure. Si tratta di una situazione che potrebbe in pochi anni rappresentare una vera e propria emergenza di salute pubblica, si stima infatti che proprio le malattie cardiache saranno maggior problema sanitario dei prossimi anni nei paesi occidentali” ha dichiarato Michele Gulizia – Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania e ESC Local Press Coordinator.