IL CASO DI SARONNO: NON METTERE SOTTO ACCUSA LE CURE PALLIATIVE

Il Comitato per l’etica di fine vita (CEF), impegnato da venticinque anni, nella riflessione e nel dibattito sulle questioni etico-giuridiche sollevate dall’assistenza ai malati affetti da patologie a prognosi infausta e/o giunte alla fase terminale, ritiene doveroso denunciare la pericolosità e gli effetti disinformativi di messaggi mediatici diffusi nel contesto di trasmissioni di largo ascolto, il cui obiettivo dovrebbe essere, al contrario, quello della corretta informazione al pubblico. Di tale natura è l’affermazione fatta nella trasmissione “Storie vere” del 30 novembre dal dott. Alessandro Meluzzi, psichiatra e vescovo ortodosso, ospite della trasmissione. Il dott. Meluzzi, traendo spunto dalla notizia delle morti sospette nell’ospedale di Saronno, per le quali sono stati accusati un anestesista e un’infermiera, ha chiamato in causa i “protocolli di sedazione terminale”, insinuando l’idea che a questi possano essere assimilati o, addirittura, ricondotti gli atti posti in essere dagli accusati, atti che, se confermati dalle prove, non potranno essere qualificati se non come omicidi volontari. Va sottolineato con forza che la sedazione “terminale” o, come è preferibile denominarla, “palliativa”, rappresenta l’ultima frontiera di un’assistenza volta a sollevare i malati inguaribili da una sofferenza non diversamente trattabile. Si tratta di una modalità di intervento pienamente conforme al mandato di cura che il medico è chiamato ad adempiere facendosi carico dei bisogni del malato sino alla fine della vita e, come afferma il Codice di Deontologia medica all’art. 39, da porre in essere «tutelando la volontà, la dignità e la qualità della vita». Come per qualunque altro trattamento, la sedazione deve rispettare criteri di appropriatezza clinicamente rigorosi e richiede il consenso del malato o di chi lo rappresenta. Nel nostro contesto, nonostante la diffusione delle cure palliative, l’accesso alle quali è disciplinato dalla legge n. 38 del 2010, ancora troppo numerose sono le persone a cui non è garantita una conclusione della vita il più possibile serena e non gravata dall’ipoteca del dolore. Servono senz’altro maggiori risorse e riorganizzazione dei servizi, ma serve, prima di tutto, riguardo alle cure di fine vita, una crescita di consapevolezza negli operatori sanitari così come nei cittadini. L’equiparazione della sedazione all’omicidio, posto in essere – come sembrerebbe nel caso di Saronno – da un medico e da un’infermiera assassini in preda a un delirio di onnipotenza, rappresenta un atto irresponsabile, a tutto funzionale fuorché alla difesa della vita e della sua dignità e offensivo per gli operatori sanitari che con rigore e scrupolo si prendono cura dei malati sino alla fine della vita. Il presidente del CEF Prof.ssa Patrizia Borsellino