L’AVVOCATO RISPONDE: CERTIFICATO MEDICO FALSO? PAGA ANCHE IL FINTO MALATO

Un mio collega sano come un pesce si è fatto fare un certificato medico per sindrome ansioso-depressiva. Incautamente si è confidato con alcuni colleghi sostenendo che il medico è amico suo e che non avrà problemi perché proviene da un medico convenzionato col servizio sanitario. Ma come può succedere?

Claudio, Pesaro28

Risponde l’Avvocato Salvatore Frattallone, del Foro di Padova e Roma (www.frattallone.it)

Caro Amico il certificato è falso e il suo collega risponde del delitto di ‘falso ideologico’, come istigatore in concorso col medico, nonché di truffa aggravata verso il datore di lavoro. E’ irrilevante che il certificato non sia destinato a ottenere prestazioni terapeutiche o assistenziali né di consentire l’ottenimento di pensioni, rimborsi, premi assicurativi. Se il certificato mendace è rilasciato su carta intestata di uno studio medico privato, sussiste il reato di cui all’art. 481 c.p. La circostanza che quel medico sia convenzionato con il servizio sanitario nazionale non comporta di per sé che egli operi sempre come pubblico ufficiale, dato che esercita una funzione pubblica solo quando concorre a formare la volontà della pubblica amministrazione (in materia di assistenza sanitaria) ed esercita poteri autoritativi e certificativi.

Poiché il certificato è stato rilasciato proprio da persona esercente la professione sanitaria ma nell’esercizio di attività privatistica, si tratta di una falsità ideologica (proviene proprio da quel medico, che però attesta e scrive cose non vere). Il delitto di falso concorre poi con il reato di truffa (art. 640 c.p.) perché é fraudolentemente utilizzato dal lavoratore per giustificare, con artifici e raggiri, la sua assenza per motivi di malattia e percepire regolarmente lo stipendio. L’induzione in errore del datore di lavoro sulle reali condizioni di salute del dipendente, consentendo a questi di conseguire il trattamento retributivo non dovuto) è poi aggravata a causa del pregresso rapporto di collaborazione e fiducia col datore di lavoro, il che comporta l’aumento di un terzo della pena (art. 61, n° 11 c.p.) in caso di condanna».