“SETTE PECCATI CAPITALI” DELL’ALZHEIMER IN ITALIA

In Italia circa 900mila persone sono affette da demenza. Di queste, 600mila sono colpite da malattia di Alzheimer. I dati di prevalenza indicano che il 5-7% degli ultrasessantenni è affetto da una forma di demenza (nel 50-60% dei casi si tratta di Alzheimer), con un aumento progressivo con l’età fino al 25-35% fra gli ultraottantacinquenni e al 35-45% oltre i 90 anni.

Il tema della giornata Mondiale dell’Alzheimer 2014 è “Dementia: Can we reduce the risk?” e vuole richiamare l’attenzione sulle procedure che possono essere messe in atto da parte dei singoli, della società e dei servizi sanitari per ridurre il rischio di comparsa di malattia. Infatti è ben noto che fattori quali le malattie cardiovascolari, il diabete, l’inattività fisica e psichica possono accelerare la comparsa dei sintomi della demenza. Fino a che non saranno chiariti completamente i meccanismi molecolari che inducono alla comparsa della demenza di Alzheimer e delle altre demenze, la prevenzione dei cofattori che ne aumentano il rischio resta l’unico strumento operativo veramente efficace e quindi da adottare su larga scala. Al contrario, la mancanza di informazioni diffuse su questi eventi ha rallentato in questi anni l’adozione di stili di vita adeguati, che devono essere iniziati in età giovane-adulta, ma che sono efficaci anche in età avanzata. Il richiamo del 21 settembre, ed in generale di tutto il mese dedicato a queste problematiche, è quindi fortemente appropriato sia sul piano individuale sia collettivo.
“Purtroppo” sostiene marco Trabucchi, Professore ordinario di Neuropsicafarmacologia a Tor vergata e Presidente delll’Associazione Italiana di Psicogeriatria (Aip), società scientifica che raggruppa medici neurologi, psichiatri e geriatri attorno alle problematiche dell’anziano fragile “sono ancora tante le difficoltà dell’assistenza alle persone affette da demenza. In Italia manca ancora un “Piano Alzheimer” paragonabile a quelli adottati in altri paesi europei, come la Francia e la Germania. L’assistenza, quindi, si sviluppa all’interno delle normali strutture dei servizi sanitari regionali. L’unica parte specifica del servizio è rappresentata da circa 450 Unità di Valutazione Alzheimer (UVA), che hanno assunto nomi diversi in alcuni ambiti territoriali. Si tratta di realtà sorte oltre 10 anni orsono, nell’ambito di un progetto per la distribuzione dei farmaci allora entrati in commercio, che stanno svolgendo un servizio molto importante per la diagnosi e l’impostazione terapeutica delle persone affette da demenza. Però l’analisi della numerosità delle persone afferenti alle UVA indica che ancora troppi cittadini -presumibilmente affetti dalla malattia in base alle osservazioni epidemiologiche- non entrano nel circuito delle cure”.

Queste le altre criticità del sistema segnalate sinteticamente dall’Api:
1) una certa resistenza da parte delle famiglie a riconoscere la malattia (esiste una sorta di stigma, difficile da sradicare) e quindi a far ricorso ai servizi;
2) non sempre il medico di medicina generale ritiene opportuno riferire il paziente alle UVA, perché guidato da pessimismo sulle possibilità di cura e da negatività sui vantaggi per il paziente e la famiglia derivanti da un’assistenza attenta, pur in assenza di farmaci curativi;
3) i due fattori sopraindicati sono responsabili del mancato accesso alle UVA da parte di molti ammalati;
4) mancanza di servizi nel territorio in grado di garantire un’assistenza specifica agli ammalati;
5) mancanza di nuclei dedicati all’interno delle case di riposo, i cui ospiti sono oggi mediamente per il 60% affetti da demenza.
6) difficoltà assistenziali durante il ricovero negli ospedali per acuti per patologie internistiche o chirurgiche di persone affette da demenza, con gravi conseguenze per il paziente e la sua qualità di vita, nonché per la possibilità di ricevere terapie adeguate;
7) difficoltà di realizzare un accompagnamento strutturato nel tempo delle famiglie delle persone ammalate, che spesso rischiano di diventare le principali vittime della malattia.

Assistenza pubblica solo nel 20% dei casi
L’assistenza ai malati è purtroppo ancora per gran parte sulle spalle della famiglia, aiutate da centinaia di migliaia di persone straniere (le cosiddette badanti), che in questi anni hanno rappresentato l’ossatura dell’assistenza, pur essendo al di fuori di qualsiasi canale organizzato. Di fatto l’assistenza alle persone affette da demenza è affidata al sistema di welfare solo per una porzione inferiore al 20% dell’insieme dell’impegno formale. Queste problematiche cliniche e organizzative imporrebbe un’attenzione particolare da parte delle autorità programmatorie. La crisi economica impedisce però la strutturazione di servizi innovativi; l’Aip ritiene quindi doveroso, in questi momenti, valorizzare al massimo quanto già esiste, senza però rinunciare ad una continua azione di advocacy.

Per l’edizione del 2014 l’Associazione Italiana di Psicogeriatria (Aip), che ha partecipato fino dalla sua fondazione alla celebrazione del 21 settembre, ha predisposto un documento (http://www.psicogeriatria.it/usr_files/pubblicazioni/riviste/psicogeriatria-2-2014-suppl.pdf) che riguarda un aspetto specifico della demenza, cioè i sintomi comportamentali, dal titolo: “Il trattamento farmacologico dei sintomi psicologici e comportamentali in corso di demenza: aspetti clinici e medico-giuridici”. Sono infatti sintomi, definiti schematicamente BPSD, che interferiscono fortemente con la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie, per i quali non vi sono ancora modelli terapeutici largamente condivisi. Inoltre anche per il 2014, in occasione del mese dell’Alzheimer l’Aip organizza una serie di attività diffuse in tutto il territorio nazionale e rivolte al mondo della medicina e al grande pubblico, con particolare attenzione alle autorità programmatorie.