TIROIDE E MICROBIOTA: INASPETTATE INFLUENZE RECIPROCHE

La tiroidite cronica è la malattia autoimmune più frequente al mondo. Causata da un processo infiammatorio che porta alla distruzione dei follicoli della tiroide interessa dal 5 al 15 per cento della popolazione femminile e dall’1 al 5 per cento della popolazione maschile[1]. Fa parte delle ATD (Autoimmune Thyroid Diseases) che distinguono due forme principali: il morbo di Basedow e la tiroidite cronica autoimmune (TCA).

Le malattie tiroidee derivano da disfunzioni della ghiandola tiroide, una ghiandola endocrina posta alla base del collo che produce l’ormone tiroideo, sotto forma di tirosina (T4) e triiodiotironina (T3). La T3 è la forma attiva dell’ormone e costituisce il 20 per cento del prodotto totale della tiroide. L’80 per cento viene mantenuto nella forma T4, pronto ad essere convertito in T3 secondo le necessità dell’organismo. L’ormone tiroideo regola numerose funzioni del metabolismo, tra cui lo sviluppo del sistema nervoso centrale e l’accrescimento corporeo. La produzione di una adeguata quantità di ormoni tiroidei è quindi indispensabile al normale accrescimento corporeo e allo sviluppo e alla maturazione dei vari apparati. La presenza di TCA è spesso associata ad altre malattie autoimmuni a carico dell’apparato gastro-intestinale come celiachia, morbo di Chron ecc.

“Ci si sta rendendo conto che queste condizioni quando sono concomitanti, spesso hanno come radice comune proprio l’alterazione della flora batterica intestinale, nota come ‘microbiota’” spiega il Professor Andrea Giustina Presidente del CUEM “i batteri che albergano nel nostro intestino sono utili a molteplici funzioni come ad esempio proprio il funzionamento del sistema immunitario, la regolazione delle energie, la scelta di alcuni nutrienti piuttosto che altri. In letteratura medica si trovano centinaia di studi sul rapporto tra microbiota intestinale e diabete, tra obesità e diabete. Ma è ancora poco esplorato il ruolo delle oltre milleduecento specie batteriche presenti nell’intestino sulle alterazioni della tiroide”.

Ma come agiscono tra loro? Una scarsa funzionalità tiroidea può portare ad un’infiammazione dell’organismo e a impoverire la salute dell’intestino e nello stesso tempo i disturbi del microbiota possono portare a una diminuzione della funzione tiroidea, innescando una condizione autoimmune che conosciamo come tiroide di Hashimoto.

Inoltre quando l’intestino non funziona bene si verifica una permeabilità che può innescare malattie autoimmuni. E se il paziente ha una storia di costipazione, diarrea, mal di stomaco ebbene la causa potrebbe risiedere proprio nella tiroide. Alcuni studi hanno messo in evidenza che le persone con problemi di tiroide hanno più facilmente un’inclinazione a soffrire di malattia celiaca (alcuni studi hanno evidenziato che il Morbo di Graves aumenta di cinque volte il rischio di soffrirne) o di sindrome da intestino irritabile (collegata con chi soffre di tiroide di Hashimoto).

Una ricerca del 2014 ha mostrato che le persone che soffrono di ipertiroidismo hanno molti meno Bifidobatteri e Lattobacilli (buoni) e molti più Enterococchi (dannosi) rispetto alle persone sane. Inoltre, la natura dell’ipotiroidismo è nella maggioranza dei casi di tipo autoimmune, e dato che il microbiota è coinvolto in numerose altre malattie autoimmuni, è molto probabile che la disbiosi svolga un ruolo importante sulle malattie della tiroide.

E’ proprio nell’intestino che il 20% della tiroxina (T4) viene convertita in triiodiotironina, ossia la sua forma attiva (T3), ma in presenza di un ambiente intestinale alterato mette a repentaglio questo processo di conversione. La ‘disbiosi’ è la condizione di squilibrio tra batteri buoni e cattivi accusata di essere causa di numerose patologie o del loro aggravamento.

“Queste delicate relazioni hanno conseguenze dirette nella pratica clinica” sottolinea il Professor Marco Centanni, dell’Università Sapienza di Roma, Direttore della UOC di Endocrinologia del polo di Latina “un microbiota alterato e la presenza di patologie gastro intestinali possono pregiudicare l’efficacia delle terapie per la tiroidite, a base di levotiroxina, rendendole meno efficaci. Riconoscere tempestivamente eventuali comorbidità intestinali di origine autoimmune può permettere di definire i dosaggi in maniera più precisa, oltre ad utilizzare farmaci con un maggiore profilo di biodisponibilità come quelli a base di levotiroxina liquida

La formulazione liquida, a differenza di quella tradizionale in compresse, non necessita infatti del tempo necessario per sciogliersi nei succhi acidi gastrici, al contrario è già pronta e quindi più rapidamente e meglio assorbita, dunque più efficace anche in quei pazienti che presentino disbiosi o patologie intestinali, conclude  la dott.ssa Anna Maria Formenti, Endocrinologa agli Spedali Civili di Brescia.

[1] ISS